L´importanza della Famiglia nel Sintomo del Bambino

L´importanza della Famiglia nel Sintomo del Bambino


Il sintomo " psicologico" del bambino/adolescente è sempre espressione di un disagio familiare, Il bambino/adolescente esprime tutta la sofferenza che ha dentro di sè attraverso i suoi sintomi (tra i più comuni: disagio scolastico/ aggressività-violenza/dipendenza da internet o videogames/ansia/attacchi di panico) come "campanello d´allarme" di un qualcosa che non funziona più non solo nell´individuo ma anche nel proprio sistema familiare.Il lavoro del terapeuta familiare è proprio quello di andare a esplorare i nodi che si sono formati all´interno della famiglia di origine del "paziente designato" e che hanno sbilanciato il sistema familiare, tanto da portare a una perdita di equilibrio che si manifesta attraverso: malessere, sofferenza, sintomi.

Perché quando un bambino presenta un “problema psicologico” lo si pensa subito di inviare DA SOLO dall’“esperto” dell’infanzia?
E perché non si pensa invece che per comprendere meglio il problema è meglio convocare tutta la famiglia?
Come mai viene considerato così pericoloso o bizzarro che di fronte a una sofferenza del proprio figlio si consigli di andare tutta la famiglia da un terapeuta?

La terapia familiare prova a dare qualche risposta a questi interrogativi.

E’molto più semplice un pensiero lineare piuttosto che un pensiero circolare:
L’insegnante mi ha detto che mio figlio ha problemi di comportamento in classe, quindi lo porto dallo psicologo, che me lo cura e mi torna a casa guarito”.

E io madre? E io padre?

IO non c’entro in alcun modo con il malessere di questo bambino? Il suo sintomo non è anche l’espressione dei miei comportamenti, delle mie aspettative, del mio ruolo verso di lui? E il mio comportamento/aspettativa/ruolo  può contribuire al sintomo di mio figlio?

Per fare una diagnosi  corretta e impostare un trattamento terapeutico per qualsiasi individuo (bambino o adulto)  è necessario conoscere la sua storia familiare ed inquadrare i suoi  problemi all’interno del suo contesto familiare e sociale di appartenenza.

Spesso si assiste alla frammentazione dei problemi e a una sorta di lavoro a “catena di montaggio per l’età”, dove ciascuno diventa esperto di un pezzetto di problema o spesso ancora peggio di “un pezzetto di persona”; c’è l’esperto del bambino,  quello dell’adolescente o dell’adulto ed ognuno comincia dove l’altro ha terminato con un dispendio di energie, tempo e danaro.

Come se lo sviluppo individuale potesse essere tagliato in fasce di età in funzione di Servizi sempre più specializzati e  SCONNESSI tra di loro.

Il sintomo “ psicologico” del bambino/adolescente (ma anche dell’adulto, ma qui mi concentrerò sulla fascia di età che va dall’infanzia all’adolescenza) è sempre espressione di un disagio familiare.

Il bambino/adolescente esprime tutta la sofferenza che ha dentro di sé attraverso i suoi sintomi (tra i più comuni: disagio scolastico/ aggressività-violenza/dipendenza da internet o videogames/ansia/attacchi di panico) come “campanello d’allarme” di un qualcosa che non funziona più non solo nell’individuo ma anche nel  proprio sistema familiare.

Il lavoro del terapeuta familiare è proprio quello di andare a esplorare i nodi che si sono formati  all’interno della famiglia di origine del “paziente designato” e che hanno sbilanciato il sistema familiare, tanto da portare a  una perdita di equilibrio che si manifesta attraverso:  malessere, sofferenza, sintomi.
Il sintomo del bambino/adolescente è l’espressione non solo di un malessere individuale ma in maniera molto più ampia e complessa anche di un malessere familiare.

Il compito del terapeuta è quello di trovare i nessi tra il sintomo e le dinamiche familiari; questo spesso può scatenare senso di colpa nei genitori che si chiedono: “ma dove ho sbagliato?”

Sta al terapeuta ricostruire insieme ai genitori , al figlio “portatore del sintomo”  e ai fratelli  tutte le tappe più importanti della loro vita familiare facendo anche salti nel passato nella storia familiare delle  figure parentali per esplorare  i “legami” con le rispettive famiglie di origine, non con l’obiettivo di  trovare la colpa,  ma per capire l’importanza di tornare indietro per potere andare avanti.

E così si fanno forti le voci dei bambini che si infilano nel lettone di mamma e papà,  che si fanno la pipì addosso, che rompono,  picchiano, che non riescono a stare attenti in classe, che vanno a scuola con lo zaino pieno di ansia ecc. ecc.; così come si fa irruente la rabbia/depressione dell’adolescente che passa le sue giornate su internet, sullo smartphone, ai videogiochi,  o fa il bullo a scuola, o si chiude in casa isolandosi dai coetanei per paura di affrontare la vita, o cerca conforto nell’alcool e /o nella “sostanza” pensando di non potersi aggrappare ad altro ecc. ecc.
E dietro ad ogni sintomo si nasconde sempre una grande sofferenza, un grande peso, una grande fatica di questi piccoli/ grandi uomini e di queste piccole /grandi donne che si prendono anche le responsabilità  di noi adulti, per farsi vedere e sentire quando mamma e/o papà sono troppo attenti al fratellino, o sono troppo persi nelle relazioni conflittuali con i loro genitori;  o  quando pensano che la mamma o il papà hanno bisogno di un partner sostitutivo perché si respira aria di crisi tra di loro e non aspettano un attimo a prendere il posto “vuoto” per consolare il genitore solo;  o quando c’è violenza verbale e/o fisica tra le mura di casa tanto che da qualche parte poi si deve sfogare;   o si  “distrugge” semplicemente perché si ha bisogno di farsi “vedere” ,visto che altrimenti nessuno ti ascolta.

Il compito di noi adulti è proprio aiutare i figli a togliersi questo PESO che non gli compete, attraverso un percorso terapeutico di scoperta e condivisione del sintomo, facendo in modo che ogni componente familiare torni al suo posto, nel suo ruolo, e soprattutto nel proprio” piano generazionale” (gli adulti nel piano degli adulti e i figli nel piano dei figli) permettendo al figlio di “ritrovare” il suo ruolo senza più disagi e sofferenza e soprattutto senza più il bisogno di portarsi con sé il sintomo “familiare”.


Pubblicato il 28/11/2014
Scritto da Balzani Sonia